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Fumo, chi smette guadagna da 3 a 9 anni di vita e 1.250 euro all’anno

Una sigaretta gigante in piazza Scala, a Milano, per la Giornata nazionale contro il fumo (lapresse)

E’ un prodotto di libera vendita che uccide i due terzi dei suoi consumatori. Causa ogni anno la morte di 6 milioni di persone al mondo, 650 mila in Europa e 80 mila in Italia. E le donne che non riescono a fare a meno della sigaretta sono in aumento. Come dimostrano i dati dell’ultimo rapporto dell’Istituto superiore di sanità presentati in occasione della Giornata Mondiale senza tabacco che si celebra oggi.

E’ UNA PARITA’ che nessuno avrebbe mai voluto. E’ quella tra fumatori uomini e donne: gli ultimi dati dell’Osservatorio fumo, alcol e droga (Ossfad) dell’Istituto superiore di sanità presentati oggi in occasione della Giornata Mondiale senza tabacco ci dicono, infatti, che diminuiscono gli uomini tabagisti mentre aumentano le donne fumatrici tanto da azzerare quasi del tutto il divario di genere. Ma a prescindere dal sesso, il fumo uccide una persona ogni sei secondi, per un totale di oltre 80 mila decessi l’anno. Nel 25% dei casi si tratta di persone tra i 35 e i 65 anni di età. Dati forti che, però, ottengono meno attenzione di quelli che riguardano, ad esempio, i decessi per incidente stradale, circa 3500 l’anno, e la meningite che ha causato 629 morti totali nel triennio 2013-2016.

I numeri del fumo. Secondo l’ultimo report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) il 21% della popolazione mondiale adulta è rappresentato da fumatori: 950 milioni di uomini e 177 milioni di donne, per un totale di circa 1,1 miliardi di persone in tutto il globo, la maggior parte (80%) residente nei Paesi a basso o medio reddito. Tuttavia, la prevalenza maggiore si registra nei Paesi ad alto reddito, con una media di fumatori che raggiunge complessivamente il 25% della popolazione adulta. L’adolescenza è ancora il momento della vita più critico: il 70% dei fumatori inizia prima dei 18 anni, il 94% prima dei 25. In Italia i fumatori sono 11,7 milioni e rappresentano il 22,3% della popolazione. Gli ex fumatori sono invece il 12,6% e i non fumatori il 65,1%.

Le donne e le “bionde”. Oggi gli uomini che fumano sono 6 milioni rispetto ai 6,9 milioni del 2016. Di contro, aumentano le donne che da 4,6 milioni del 2016 salgono a 5,7 milioni. Si tratta della differenza minima mai riscontrata tra percentuale di fumatori (23,9%) e percentuale di fumatrici (20,8%). “Oggi nel nostro Paese le donne che fumano sono circa un milione in più rispetto allo scorso anno – conferma Walter Ricciardi, presidente dell’Iss. D’altra parte, invece, sono stati pochi coloro che in presenza di minori hanno fumato in auto, un divieto sul quale è stato d’accordo anche l’86% dei fumatori. L’avvicinamento delle donne fumatrici alle percentuali registrate tra gli uomini ci dice, però, che dobbiamo ancora continuare a contrastare il fumo e a insistere in questa direzione”.

L’impatto sulla salute delle donne. Quali conseguenze pagano le donne per il fatto di fumare di più? “Molte, soprattutto perché le donne iniziano a fumare sempre più precocemente ed il fumo provoca danni cumulativi nel tempo per cui la loro salute è fortemente a rischio” commenta Luca Richeldi, professore ordinario di malattie respiratorie al Policlinico universitario Gemelli di Roma. E, infatti, i casi di malattie fumo-correlate sono sempre più frequenti proprio nelle donne. “Noi vediamo con sempre maggior frequenza casi di enfisema polmonare e le interstiziopatie fumo-correlate proprio nelle giovani di 20-25 anni che hanno iniziato a fumare magari prima dei 18 anni”, prosegue lo pneumologo. “Ad esempio, diagnostichiamo con estrema frequenza l’istiocitosi X polmonare che è correlata al fumo di sigaretta sia attivo che passivo. Non si tratta di un tumore ma di una forma degenerativa del polmone in cui si creano dei buchi e delle cisti e che se non trattate possono portare a insufficienza respiratoria” conclude Richeldi. Un impatto enorme dunque sia a livello personale che sociale. “E’ necessario indirizzare le prossime campagne di sensibilizzazione proprio alle donne giovani per invertire questa tendenza anche perché non sappiamo ancora se l’assetto ormonale delle donne le rende ancora più vulnerabili alle patologie da fumo”.

L’impatto sulla fertilità. Il fumo ha delle conseguenze anche sulla fertilità sia nella donna che nell’uomo. “Prima di tutto il fumo può ritardare fino a 12 mesi il tempo necessario per concepire un bambino – commenta Antonio Pellicer, presidente dell’Istituto Valenciano de Infertilidad e condirettore di Fertility and Sterility – con un aumento del ritardo correlato al numero di sigarette fumate. Nelle coppie con problemi di infertilità, inoltre, il fumo ha effetti negativi sul successo della terapia per l’infertilità, che risulta ridotto del 34%, con le percentuali maggiori di insuccesso rinvenibili tra le donne più mature; in particolare, nelle fumatrici rispetto alle non fumatrici risultano diminuiti la riserva ovarica, la risposta ovarica alla stimolazione, il numero di ovociti recuperati e fecondati, e i tassi di gravidanza”.

Il consumo per età e luogo. Si fuma di più tra i 25 e i 44 anni (il 28%) invece nella fascia d’età più giovane, tra i 15 e i 24 anni, fuma il 16,2%. L’età in cui si accende la prima bionda è di 17,6 anni per i ragazzi e 18,8 per le ragazze. Il 12,2% dei fumatori ha iniziato a fumare prima dei 15 anni. Si fumano in media 13,6 sigarette al giorno con un picco di 14,1 sigarette sul target 45-64 anni. La maglia nera rispetto all’area geografica spetta al Centro dove i fumatori di sesso maschile sono il 26%, al Sud e nelle Isole sono il 25,2% e al Nord il 22,0% ma sono proprio le regioni settentrionali ad avere la maggiore percentuale di fumatrici (24,6%) rispetto a quella dei fumatori (22%).

Che cosa si fuma. Dal rapporto dell’Ossfad emerge che si fumano principalmente sigarette confezionate (94,3%) sebbene continui costantemente a crescere il consumo prevalente di sigarette fatte a mano (9,6%), significativamente più diffuso tra i giovani e preferito dagli i uomini (16,6%) rispetto alle donne (12,8).

La sigaretta elettronica. La maggior parte (83,4%) degli utilizzatori è rappresentata da fumatori, quindi da consumatori duali che fumano le sigarette tradizionali e contemporaneamente l’e-cig, in particolare quelle contenenti nicotina. Chi ha usato la sigaretta elettronica dichiara di aver diminuito il consumo di sigarette tradizionali leggermente (il 13,8%) o drasticamente (l’11,9%), mentre il 34,9% non ha cambiato abitudine, il 10,4 ha iniziato a fumare e l’11,7% ha ripreso il consumo delle sigarette tradizionali. Soltanto nel 14,4% dei casi l’e-cig ha portato a smettere definitivamente. Il 64% dei consumatori di e-cig utilizza quelle contenenti nicotina. “Gli svapatori in Italia sono 1,3 milioni – dice Silvio Garattini, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche ‘Mario Negri’ – ma si tratta soprattutto di consumatori duali, cioè fumatori che usano contemporaneamente e-cig e sigarette tradizionali. Soltanto un fumatore su 10, infatti, ha smesso di fumare. Non abbiamo dati sufficienti per affermare che la sigaretta elettronica può essere un valido ausilio per smettere di fumare”.

Quanto costa il tabagismo. E’ stato calcolato che un fumatore italiano in media consuma 5000 sigarette l’anno, pari a 250 pacchetti. Calcolando un costo medio di 5 euro a pacchetto in un anno spende in media 1.250 euro. In trent’anni di tabagismo spende 37.500 euro, il valore di un’auto di lusso, di venti vacanze ai Caraibi o di una prestigiosa multiproprietà. Dunque, un fumatore che smette si regala da solo l’equivalente di un aumento dello stipendio. E poi ci sono i costi che gravano sullo Stato: “I costi del tabagismo per lo Stato sono altissimi, circa 6,5 miliardi di euro per curare le malattie che derivano da questa dipendenza, senza considerare i danni sociali e il carico di sofferenza umana” spiega Biagio Tinghino, presidente della Società italiana di tabaccologia (Sitab). Eppure far smettere di fumare le persone sarebbe un ottimo investimento per la sanità pubblica. A conti fatti, incluse le prestazioni sanitarie, un programma per smettere di fumare costerebbe meno di 1.000 euro a paziente, ma il guadagno di salute non avrebbe prezzo, dal momento che la ‘smoking cessation’ restituisce dai 3 ai 9 anni di vita, se effettuata prima dei 50 anni.

Smettere di fumare. Anche se la maggior parte dei fumatori vuole smettere di fumare, i tentativi sono spesso destinati a scarso successo se non pianificati e messi in atto all’interno di strategie integrate. L’1% dei fumatori smette senza alcun aiuto, con fatica e con alto rischio di ricaduta, pari al 97%. Da un’indagine condotta dall’associazione di pazienti francesi Ffaair (Federation Francaise de Association et Amicales de Malades Respiratoires) un fumatore su cinque fa almeno tre tentativi per riuscire a smettere, mentre il 70% prova da 4 a 9 volte. “Smettere di fumare senza una assistenza professionale adeguata non è semplice per vari motivi” spiega Alberto Siracusano, direttore della Scuola di Specializzazione in Psichiatria dell’Università di Roma Tor Vergata. “Il fumo si configura come una addiction, una dipendenza comportamentale vera e propria per questo per liberarsi da questa dipendenza serve un approccio integrato, medico, psichiatrico e motivazionale”.

La solitudine del fumatore. Il primo a rendersi conto che c’è un problema di salute legato al fumo è in genere il medico di base. Ma cosa fa? Stando all’indagine dell’associazione di pazienti francesi, nel 68% dei casi i medici di fronte alla diagnosi di malattie respiratorie hanno suggerito di smettere di fumare ma senza proporre strategie o indirizzare il paziente. Il 78% ha riferito di sentirsi solo e perso quando ha deciso di smettere di fumare, e di non sapere esattamente come farlo. E, infatti, il 52% semplicemente si arrangia, al 27% vengono prescritti i prodotti sostitutivi a base di nicotina e al 10% i farmaci, mentre il 7% riceve una qualche forma di supporto psicologico come colloqui motivazionali. Solo il 15% ha riferito di aver cercato e ricevuto supporto medico mentre il 64% non ha ricevuto alcuna assistenza professionale sanitaria.

Cosa impedisce di smettere. E, comunque, molto spesso nonostante i buoni propositi e l’aiuto che si riceve, non si riesce a smettere. Perché? Cosa lo impedisce. “Nel 42% dei casi” spiega Biagio Tinghino “a fare da freno è la paura di avere delle ricadute, nel 36% c’è una perdita di motivazione e per il 32% pesano anche i precedenti tentativi falliti insieme al timore di prendere peso. Invece, il 49% dei pazienti considera positivo sia il fatto di avere un professionista sanitario di supporto al programma di cessazione sia l’accesso ai farmaci che oggi in Francia sono a carico del Ssn”. E poi c’è il senso di abbandono e solitudine che grava su chi fuma: “Smettere di fumare da soli è il metodo più diffuso, ma anche quello meno efficace, che produce un esito dell’1-3% a distanza di un anno, mentre i trattamenti validati riescono a decuplicare le percentuali di successo” prosegue il presidente della Sitab.

I divieti funzionano? L’indagine dell’Iss ha confermato che i divieti legislativi, a partire dalla legge sul fumo fino ai più recenti divieti, hanno avuto un impatto significativo non solo sul consumo ma anche più in generale culturale. Soltanto il 3,8% dei non fumatori, per esempio, ha dichiarato di aver viaggiato in auto con un fumatore che ha fumato nell’abitacolo in presenza di bambini o donne in gravidanza e soltanto un italiano su 10 consente ai propri ospiti fumatori di accendersi una sigaretta in casa. “La legge del 2003 è stata una delle più importanti leggi di sanità pubblica – dice Roberta Pacifici, direttore dell’Ossfad – nata per difendere dal fumo passivo, ha avuto il grande merito di educare al rispetto degli spazi comuni come dimostrano i dati relativi al comportamento dei padroni di casa rispetto ad eventuali ospiti fumatori. Nel 2006, infatti, il 43,1% degli intervistati dichiarava di consentire ai propri ospiti di fumare in casa, oggi nel 2017 solo il 12,4% lo consente”.

L’impatto delle immagini shock. Molto può fare anche l’educazione ai corretti stili di vita e la comunicazione come dimostrano i dati sull’impatto che le immagini shock hanno sui fumatori. Pittogrammi, messaggi forti sul rischio, Numero Verde: le avvertenze riportate sui pacchetti, secondo la direttiva europea del 2014, non sono risultate indifferenti ai tabagisti. L’indagine dell’Iss rivela, infatti, che l’83% dei fumatori ha pensato, almeno qualche volta, guardando le immagini shock, ai rischi legati alla salute. Il 60% ha dichiarato che è aumentato il desiderio di smettere e il 36% ha rinunciato ad accendersi una sigaretta. Un fumatore su cinque, inoltre, usa stratagemmi per coprire le immagini shock, 1 su 3 ha notato il Numero Verde.

La sigaretta in macchina. Per fortuna, secondo l’indagine dell’Iss quasi il 90% degli italiani e l’86% dei fumatori è d’accordo con il divieto di fumare in macchina in presenza di minori e donne in gravidanza. Soltanto il 5,3% dei fumatori ha dichiarato di aver fumato in auto con bambini o donne incinte. La legge del 2003 ha di certo modificato il comportamento dei fumatori e dei padroni di casa nei confronti di chi si accende una sigaretta. Mentre nel 2006, infatti, il 43,1% degli intervistati dichiarava di consentire ai propri ospiti di fumare in casa, nel 2017 soltanto il 12,4 lo consente.

Telefono Verde Fumo. Da quando il Numero Verde Fumo dell’Iss è stato inserito su tutti i pacchetti di sigarette (precedentemente compariva a rotazione con altri 13 messaggi) il servizio telefonico ha visto un incremento esponenziale del numero di chiamate. Da agosto 2016 (momento in cui i pacchetti di sigarette con le nuove avvertenze sono arrivati sul mercato) a dicembre dello stesso anno, sono giunte al telefono verde 5.041 chiamate, numero nettamente superiore rispetto alle 1.326 dello stesso periodo del 2015. L’utente che chiama il servizio telefonico dell’Iss è nel 64,6% dei casi maschio, (35,4% le donne), fumatore (96,2%) appartenente alla fascia d’età 46-65 e dichiara di aver visto il Numero Verde Fumo sul pacchetto di sigarette (98,5% dei casi).

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Fumo, l’epidemia non si ferma. Provoca una morte su 10 nel Mondo

I dati di uno studio pubblicato su Lancet. Metà di questi decessi si concentrano negli Stati Uniti, in Cina e in Russia

SIGARETTA dopo sigaretta milioni di vite si consumano lentamente. Una persona su 10 nel Mondo muore per danni provocati dal fumo. L’epidemia non si ferma. Metà di questi decessi si concentrano negli Stati Uniti, in Cina e in Russia. Anche se da anni sono state portate avanti campagne per combattere il tabagismo, c’è ancora molto da fare. I nuovi dati emergono da una ricerca finanziata da Kelly Henning del Bloomberg Philanthropies e dalla Bill e Melinda Gates Foundation e appena pubblicata su Lancet.

Secondo i ricercatori le vittime potrebbero aumentare nel tempo, perché oggi le multinazionali del tabacco stanno puntando molto a nuovi mercati, soprattutto quello dei paesi in via di sviluppo. Perché in queste aree del Mondo i fumatori sono di più e c’è meno consapevolezza dei rischi per la salute. “Nonostante mezzo secolo di evidenze scientifiche su quanto faccia male alla salute delle persone fumare, un umo su 4 nel Mondo fuma ogni giorno –  spiega Emmanuela Gakidou, fra gli autori principali dello studio – . Il fumo rimane il secondo più importante fattore di rischio per le morti premature e la disabilità, per questo dobbiamo intensificare gli sforzi per ridurre questo fenomeno”.

Secondo il Global Burden of Diseases report, che ha preso in esame le abitudini degli abitanti di 195 paesi tra il 1990 e il 2015, un miliardo di persone fuma quotidianamente. Si tratta del 25% degli uomini e di una donna ogni 20. Ma l’epidemia potrebbe essere ancora più pesante. “Non abbiamo preso in esame i fumatori occasionali, chi ha smesso e chi usa prodotti alternativi come, ad esempio, le gomme con la nicotina, altrimenti i dati sarebbero ancora più alti”, spiega ancora Gakidou.

LEGGI: Oms: “In fumo mille miliardi”. L’ultimo allarme sulle sigarette
LEGGI – L’esperta: “Non solo tasse ma leggi coraggiose e campagne come in Australia” di ELVIRA NASELLI

Negli ultimi 15 anni molto è stato fatto nella lotta al tabagismo. Tra il 1990 e il 2015 la prevalenza di fumatori è scesa dal 35% al 25% fra gli uomini e dall’8% al 5% fra le donne. Paesi dell’America Latina ad alto reddito, come il Brasile, hanno fatto passi importanti nella lotta al tabagismo. In Italia nel 2013 sono aumentati i tentativi per smettere di fumareche sono passati dal 30,2% rispetto al 23% dell’anno precedente, ma l’80% di chi ha tentato non vi è riuscito (dati Istituto superiore di Sanità). Nel 2014 le vendite di prodotti del tabacco sono calate (del 5,4% rispetto al 2011).

Ma molti Stati hanno registrato progressi minimi in questa direzione. Sono necessarie altre azioni come, ad esempio, allargare gli interventi al fumo passivo, aumentando le restrizioni nei luoghi pubblici. Altro importante obiettivo sono i giovani, che in alcuni paesi hanno cominciato a fumare sempre di più. Per l’Oms serve di più come, ad esempio, campagne di informazione nelle scuole per diffondere una maggiore consapevolezza.

“C’è un sentire comune che ci vede vincitori nella guerra contro il tabacco – concludono gli autori della ricerca – , ma siamo convinti che servano nuovi sforzi perché nel 2015 il numero di fumatori è stato alto. Servono nuove strategie e anche uno sforzo importante da parte della politica”.
Una direzione che sta prendendo il piccolo

Stato del Nicaragua, guidato da un presidente oncologo, che è riuscito a sconfiggere il gigante Philiph Morris, che l’aveva chiamato in causa per politiche antitabacco troppo aggressive.

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Oms: “In fumo mille miliardi”. L’ultimo allarme sulle sigarette

ROMA. Sei milioni di morti all’anno nel mondo per i danni provocati dal fumo: se non ci sarà un’inversione di tendenza, nel 2030 saranno 8 milioni. La ricetta dell’Oms, presentata ieri in un volume di 700 pagine, è chiara: politiche di controllo adeguate, che prevedano l’aumento delle tasse su tabacco e sul prezzo delle sigarette. Gli Stati potrebbero così risparmiare «più di mille miliardi di dollari, abbattendo costi sanitari e perdita di produttività, oltre a salvare milioni di vite».

Insieme al National Cancer Institute degli Stati Uniti, l’Organizzazione mondiale della sanità, ha raccontato nel rapporto The economics of tobacco and tobacco control quali strategie debbano essere utilizzate per sconfiggere le sigarette. Partendo dai numeri.
Nel mondo, i fumatori sopra di 15 anni sono 1,1 miliardi e l’80% vive nei paesi poveri o in via di sviluppo. La dipendenza dal fumo rappresenta una delle principali cause di morte evitabili. Secondo l’Oms, l’adozione di misure adeguate potrebbe ridurre l’uso del tabacco e proteggere la salute di milioni di persone dalle patologie collegate al fumo, tra cui tumori e malattie cardiache.

LEGGI – L’esperta: “Non solo tasse ma leggi coraggiose e campagne come in Australia” di ELVIRA NASELLI

Tutte malattie che hanno un impatto economico pesante sui sistemi sanitari del mondo. «L’industria del tabacco produce e commercializza prodotti che uccidono milioni di persone prematuramente e derubano le famiglie di finanze che avrebbero potuto essere utilizzate per il cibo e l’istruzione – spiega Oleg Chestnov, vice direttore generale dell’Oms per le malattie non trasmissibili e la salute mentale – imponendo costi sanitari immensi su nuclei familiari, comunità e paesi».

Posizione dura, quella dell’Oms, e non nuova, visto che anche all’ultimo congresso internazionale dell’Iaslc, la conferenza mondiale sul tumore al polmone, Vera da Costa e Silva, del gruppo di controllo del tabacco dell’Oms, ha accusato le multinazionali di influenzare le leggi e finanziare studi a loro favore. Con l’obiettivo di non essere messe all’angolo.

Adeguate misure di controllo – infatti – porterebbero agli Stati maggiori guadagni e garantirebbero un calo del numero totale dei fumatori pari al 9%. Nel rapporto l’OMS sostiene inoltre che «i ricavi annuali ottenibili dal commercio delle sigarette potrebbero globalmente salire del 47%, se tutti i paesi aumentassero le accise di circa 0,80 dollari per pacchetto ». E che «una maggiore tassazione farebbe salire i prezzi al dettaglio delle sigarette di circa il 42%, portando ad una diminuzione dei fumatori pari a circa 66 milioni di adulti in meno ».

Negli ultimi 15 anni molto è stato fatto nella lotta al tabagismo, ma sono necessarie altre azioni. E allargare gli interventi al fumo passivo, aumentando le restrizioni nei luoghi pubblici. Altro importante obiettivo sono i giovani, che in alcuni paesi hanno cominciato a fumare sempre di più. Per l’Oms servono campagne di informazione nelle scuole per diffondere una maggiore consapevolezza. Come sta facendo il piccolo Stato del Nicaragua, guidato da un presidente oncologo, che è riuscito a sconfiggere il gigante Philiph Morris, che l’aveva chiamato in causa per politiche antitabacco troppo aggressive.

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Guarire dal tabagismo è il meno rispettato tra i classici buoni propositi di inizio anno: chi decide di dire addio alle sigarette ci riesce solo 13 volte su 100.  Da una indagine della Royal Society for Pubic Health britannica la classifica degli impegni che riusciamo o meno a mantenere

Smettere di fumare, la promessa più disattesa del nuovo anno

“CON L’ANNO nuovo smetto di fumare”. Tra i buoni propositi tradizionalmente pronunciati tra dicembre e gennaio, dire addio alle sigarette è quello più spesso  disatteso. La classica ultima sigaretta di capodanno  in realtà è l’ultima soltanto 13 volte su 100. Secondo un’indagine della RSPH, la Royal Society for Public Health britannica, che ha stilato una classifica di 10 buoni propositi di salute rispettati o disattesi a un anno e a un mese dalla loro formulazione, soltanto nel 13 per cento dei casi chi decide di farla finita con la dipendenza da nicotina all’inizio dell’anno (in questo caso del 2016), dodici mesi più tardi ha effettivamente raggiunto l’obiettivo: è cioè un ex fumatore, e 3 volte su 5 chi ricade nel vizio è di nuovo vittima delle bionde già entro il 31 gennaio. Risultato: secondo il ranking inglese l’intenzione di smettere di fumare rappresenta il buon proposito di salute meno mantenuto, l’ultimo, appunto, della top ten  delle buone intenzioni.

La classifica dei buoni propositi. Una top ten che vede al primo posto l’impegno di intensificare le relazioni con amici e familiari: a 12 mesi dalla sua formulazione, quel progetto è ancora una realtà in un buon 58 per cento dei casi (a fine gennaio nell’86 per cento). Al secondo, l’impegno di stabilire un rapporto più salutare tra lavoro e vita extra lavorativa (successo dopo un mese: 75 %, dopo un anno: 43%). Ancora sul podio, ma sul terzo gradino, fare più sport (36 % di successi a un anno, 77 %  a un mese).  Al quarto posto, dedicare più ore al sonno (32 % di successi a un anno, 59 per cento a un mese). Verso metà classifica (quinto posto e sesto posto rispettivamente), troviamo l’impegno a ridurre il consumo di alcol (dopo 12 mesi ci è riuscito il 31 % di chi aveva deciso di farlo, dopo un mese il 61 %) e la volontà di ridurre il tempo dedicato ai social media (solo il 31 % di chi lo aveva formulato ha raggiunto l’obiettivo a un anno di distanza, il 61 per cento a fine gennaio).

Fare sport e non bere alcol. Scorrendo in basso la lista (settimo posto) si colloca dedicarsi all’attività fisica: l’obiettivo è raggiunto dal 23% di chi lo aveva progettato a distanza di un anno, e dal 68 % a distanza di un mese. Il sempre attuale mettersi a dieta (ottavo posto), a un anno risulta rispettato solo dal 23 % del campione, a un mese dal 65. Al penultimo posto troviamo l’impegno di partecipare al dry january, l’usanza britannica che consiste nell’impegno di non assumere alcool per tutto il primo mese dell’anno, al quale ha aderito, con successo, il 68 % degli inglesi tra coloro che avevano deciso di parteciparvi. E infine, al decimo, come dicevamo, smettere di fumare.

Una dipendenza molto complessa.
Un fallimento? Secondo Shirley Cramer, Chief Executive di RSPH si tratta piuttosto “un risultato incoraggiante”. “Anche se smettere di fumare può essere difficile – spiega Cramer –  la nostra ricerca dimostra che coloro che con il nuovo anno cercano di uscire dall’abitudine del fumo hanno più del triplo delle probabilità di successo rispetto alla media nazionale”, che in Inghilterra si attesta infatti intorno al 3-4 %. Ma anche a voler vedere il bicchiere mezzo pieno, rimane il dato assoluto: 13 successi su cento tentativi di abbandonare un’abitudine che per l’Organizzazione mondiale della sanità è la prima causa di morte evitabile, e di cui sono  vittime spesso pentite un miliardo di persone nel mondo e poco meno di 11 milioni in Italia. “Il fatto è che smettere di fumare è molto difficile, solo il 2-3 per % dei fumatori secondo le nostre statistiche nazionali riesce a farlo senza sostegno, buttando il pacchetto”, commenta e conferma i dati britannici Stefania Pasquariello, psicologa del Centro Antifumo del Policlinico Umberto I di  Roma che annualmente segue circa 200 fumatori che vorrebbero smettere (l’elenco centri antifumo in Italia). “Il tabagismo è una tossicodipendenza complessa: bastano 8-10 giorni per disintossicarsi fisicamente dalla nicotina, ma la disintossicazione fisica rappresenta soltanto una parte del problema”, spiega l’esperta.

Sigaretta, una stampella psicologica. “La sigaretta ha molti significati, che vanno oltre quelli neurobiologici. C’è il significato emozionale: la sigaretta è una stampella psicologica che aiuta gestire emozioni, contenendo quelle negative, come la rabbia o il nervosismo: vorrei sfogarmi dire basta all’arroganza del capo, ma non lo posso fare, mi fumo una sigaretta – dice Pasquariello – . Esaltando quelle positive: sono stato bravo ora mi merito una sigaretta. È anche un collante sociale, la sigaretta: tra amiche, tra un caffè una chiacchiera una sigaretta ci sta. È un riempitivo di solitudine, un’amica che sta lì, anche quando non c’è nessun altro. E poi c’è la questione della gestualità del fumo: chi consuma un pacchetto di sigarette quotidianamente, compie 400 gesti di fumo al giorno, per anni: tanti, difficili da abbandonare”.

La volontà. E’ importante, secondo gli esperti, elaborare in modo profondo la volontà di abbandonare ‘le bionde’. “Se manca l’elaborazione profonda del desiderio di cambiamento si ricomincia a fumare cosa che – spiega Pasquariello – accade generalmente dopo un mese, un mese e mezzo dalla decisione di smettere. Magari meno, e spesso si pensa mi va bene così: ho ridotto il consumo, è un buon risultato. In realtà si finisce per riprendere con lo stesso ritmo di sempre. Il numero di sigarette che fumiamo è geneticamente fissato: ognuno di noi ha una sua misura della dipendenza, alla quale si finisce per ritornare. Ma raggiungere l’obiettivo significa non fumare più”.

Serve un anno. Quanto tempo ci vuole per raggiungerlo, questo obiettivo e quali sono le motivazioni che spingono a voler guarire dal tabagismo? “I risultati importanti si valutano a un anno, esattamente come per l’elaborazione di un lutto. In questo caso il lutto della sigaretta. Le motivazioni che spingono a smettere sono legate all’età: i giovani in genere percepiscono poco il rischio salute, al contrario dei più anziani. Tuttavia l’aver subito l’avventura di una malattia legata al fumo, la paura quindi, è comunque una motivazione ambivalente: nell’immediato funziona molto bene, col tempo però la sua forza dissuasiva si riduce, spesso si ricade nel vizio”.

Farsi aiutare per raggiungere l’obiettivo. I centri antifumo in Italia sono circa 370, molti dei quali  associano terapia farmacologica e sostegno psicologico. “La percentuale di successo dei centri antifumo – conclude Pasquariello – si attesta in media intorno al 30 %: 10 volte quella a cui oggi si può aspirare provando da soli a smettere. Alcune strutture, come la nostra, raggiungono anche il 50 % dei successi”. Un buon risultato. Che tuttavia significa che uno su due non ce la fa. “Smettere di fumare è oggettivamente impegnativo, e si capisce perché guarire dal tabagismo è l’ultimo tra i buoni propositi che si riescono a realizzare. È oggettivo anche, però, che rivolgendosi a strutture specializzate le chance aumentano sensibilmente”.

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Fumo, le politiche per la prevenzione funzionano. In 6 anni evitati 22 milioni di decessi

Fonte il quotidiano “La Repubblica” di TINA SIMONIELLO – 20 dicembre 2016

E 7,5 milioni sono collegati all’aumento delle imposte sulle sigarette. lo afferma uno studio Usa pubblicato su Tobacco Controll.   Se anche Cina, India e Indonesia aderissero  alle misure anti-tabacco individuate dall’Oms le vite salvate dai danni del fumo sarebbero 140 milioni in più

PIACCIANO o no ai fumatori, venditori e produttori di sigarette, le misure antifumo stanno dando molti frutti. Stando alle cifre, pubblicate on-line su Tobacco Control ,  in sei ani, tra il 2008 e il 2014 sono stati evitati ben 22 milioni di decessi legati al fumo, e più di 53 milioni di uomini e donne in 88 paesi hanno smesso di fumare.  Numeri, che non soltanto dimostrano “l’enorme e continuo potenziale di salvare milioni di vite implementando politiche antifumo”, come ha dichiarato David Levy, oncologo del Georgetown Lombardi Comprehensive Cancer Center di Washington e lead autor dell’indagine. Ma che possono anche “aiutare i paesi che ancora non hanno intrapreso misure salva-vita rispetto al tabacco, oltre la metà dei 196 totali, a comprendere meglio il potere di queste politiche sulla salute pubblica”. Sono numeri  incoraggianti, visto che vanno ad aggiornare, in senso decisamente positivo, i risultati di una pubblicazione del 2013 secondo la quale le politiche di controllo e disincentivazione del tabacco adottate nel triennio 2007-2010 da 21 paesi, di morti fumo-correlate ne avevano impedite soltanto  7,4 milioni.

Lo studio. Lo studio appena pubblicato ha misurato gli effetti su un intervallo di sei anni, dal 2008 al 2014, del pacchetto di misure antitabacco, (le MPOWER misures) che il Framework Convention on Tobacco Control (WHO FCTC) cioè la Convenzione quadro sul controllo del tabacco dell’OMS, aveva individuato nel 2005 per fornire uno strumento e un sostegno efficaci per qui paesi che avessero voluto promuovere politiche anti-fumo.

Il costo, la misura più efficace. Oggi 88 nazioni, sulle 186 che al gennaio 2015 hanno ratificato la Convezione quadro, hanno applicato almeno una delle misure proposte dall’Oms. Che sono in tutto sei: monitoraggio del consumo di tabacco e delle politiche di prevenzione,  protezione delle persone dal fumo, offerta attiva di sostegno a chi voglia abbandonare il tabagismo, avvertenze sui danni del tabacco, rafforzamento dei divieti di pubblicità, promozione e sponsorizzazione del fumo, e infine aumento delle imposte. Quale è la più efficace? Ebbene, gli autori hanno calcolato dei 22 milioni di vite salvate 7 milioni sono dovuti all’aumento delle imposte sulle sigarette, 5,4 a leggi antifumo, 4,1 ad avvertenze sui danni alla salute, 3,8 al divieto di pubblicità, e 1,5 a interventi di disassuefazione.

Cina India e Indonesia. Secondo i calcoli degli autori la maggior parte delle vite salvate dai danni del fumo si sarebbero registrate  negli anni tra il  2012 e 2014 grazie al fatto che Bangladesh, Russia e Vietnam hanno aderito alle misure Oms antitabacco.  Ma le cose potrebbero andare ancora meglio, molto meglio, secondo lo studio, se aderissero alle indicazioni WHo-Fctc Cina, India Indonesia, colossi demografici e ad alta prevalenza di fumatori. In questo caso di vite salvate ce ne sarebbero 140 milioni. In più.

La legge italiana. L’ultima norma italiana in materia di lotta al fumo è il decreto legislativo (Dlgs) 6 del 12 gennaio 2016, che recepisce una direttiva europea del 2014 alieneando le leggi degli stati dell’Unione rispetto a lavorazione, presentazione e vendita dei tabacco. E che in effetti applica più di una delle misure individuate dal Who Fctc. “È una norma importante, il Dlgs 6,  con diversi punti di forza – dice Roberta Pacifici, direttore dell’Osservatorio fumo alcol e droga dell’Istituto superiore di sanità -. Prima di tutto rende omogenee legislazioni nazionali che erano molto diverse tra loro, ma che non hanno più senso di esistere così differenti, vista l’entità degli spostamenti di persone all’interno dell’Ue. E poi per gli interventi che propone: più che sui divieti (e comunque noi in Italia siamo stati all’avanguardia per anni per quanto riguarda le restrizioni, pensiamo alla legge Sirchia) il Dlgs 6 punta sulla disincentivazione al fumo e sulla disassuefazione dei consumatori. Sui pacchetti di sigarette è obbligatorio il numero verde a cui rivolgersi per smettere di fumare. E  sono obbligatori i pittogrammi” .

Immagini e prevenzione. I pittogrammi sono quelle immagini che evocano stati di malattia o di morte legati al tabagismo. “Che – riprende Pacifici – forse disincentivano poco chi ha già sviluppato una dipendenza ma sono efficaci tra coloro, soprattutto giovani, che iniziano ad avvicinarsi alle sigarette.  Il fatto che ci sia un mercato di foderine pensate per nascondere quelle immagini è indicativo che una forza respingente i pittogrammi ce l’hanno”. La norma del 2016,agli articoli 20 e 21 regolamenta i nuovi prodotti del tabacco, come le sigarette elettroniche per esempio. “La legge ci permette di sorvegliarne gli effetti, che ancora non sono noti, e regolarne pubblicità e tasse”. E pr quanto riguarda la vendita di sigaretti e simili ai minori? Non si sa di tabaccai che chiedono documenti di identità. “La vendita ai minorenni è un problema di difficile soluzione. Si potrebbe affrontare con controlli più incisivi  e con multe i cui proventi si potrebbero destinare a campagne di lotta al fumo”.

Il caso Australia. “Le politiche di contrasto all’uso di tabacco funzionano, lo dicono i dati  – conclude Pacifici -.Prendiamo il caso dell’Australia dove oggi la prevalenza dei fumatori è al 10 per cento, grazie a politiche condivise da tutti gli attori della filiera dei prodotti del tabacco. Dove le campagne informative sui danni del fumo sono permanenti non sporadiche, dove hanno applicato con serietà e continuità le indicazioni dell’Oms. Per esempio quella sull’aumento del prezzo delle sigarette. Che funziona”.

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Fumo, l’allarme degli esperti: “La sigaretta elettronica fa male come quelle vere”

Fonte il quotidiano “La Repubbica” ELVIRA NASELLI – 6 dicembre 2016

La denuncia del gruppo di controllo del tabacco dell’Oms dal congresso internazionale Iaslc sul tumore al polmone, in corso a Vienna: “Creano dipendenza”

VIENNA – Minor danno la sigaretta elettronica? Macché, un modo diverso delle aziende produttrici per rendere schiave – usa proprio questo termine – le persone. Schiave, vincolate alla sostanza, dipendenti. Ed è quindi condanna delle e-cig, senza se e senza ma. Sono state un modo astuto per far cominciare i teenager, per non far smettere chi già fumava, senza alcuna riduzione del danno. Non ha dubbi, su una tematica che ha fatto molto discutere, Vera da Costa e Silva, del gruppo di controllo del tabacco dell’Oms, che interviene al congresso internazionale Iaslc sul tumore al polmone, in corso a Vienna.

La legge. Anzi. “Una strategia delle multinazionali del tabacco – attacca Vera da Costa e Silva, del gruppo di controllo del tabacco dell’Oms – negli anni ’80 ci hanno provato con le sigarette light, che non hanno avuto alcun effetto sulla riduzione del rischio, ma sono state percepite come tali dai fumatori. E adesso sempre nuovi prodotti. Ma attenzione: devono essere regolati dalle leggi, per proteggere i consumatori. Non possiamo lasciarli in mano alle industrie del ta-bacco, il cui unico scopo è influenzare le leggi e finanziare studi a favore”. Con buona pace dell’ultima arrivata in casa Philip Morris, la sigaretta elettronica con tabacco, appena lanciata in Gran Bretagna e già in vendita anche in Italia.

Il narghilè. Tante sessioni, qui a Vienna, sui dispositivi elettronici e persino sulla waterpipe, il narghilè. Perché in molte parti del mondo è diffusissimo, 45 per cento di prevalenza in molti paesi del Mediterraneo, ma anche il 17 in alcuni stati americani, insieme ad aromi di vario tipo (più di ottomila) e a dolcificanti naturali e sintetici, approvati e dichiarati sicuri. “Per l’ingestione, però – precisa Alan Shihadeh, dell’università americana di Beirut – non per l’inalazione. Ed è tutt’altra cosa”.

La e-cig. L’assunto è che la sigaretta elettronica sia dannosa quanto quella convenzionale. “Non fa smettere di fumare, anzi secondo alcuni studi chi si rivolge alla e-cig ha il 25 per cento di possibilità in meno di riuscirci – continua Shihadeh – e viene spesso aggiunta al fumo convenzionale, aumentando quindi l’assunzione di nicotina, la cui quantità può essere estremamente variabile. Fumatori tradizionali ed elettronici hanno lo stesso livello di nicotina nel sangue. In sintesi, anche grazie agli ultimi studi, dobbiamo dire che non sono prodotti sicuri e che chi li fuma muore come gli altri fumatori”. Anche perché la nicotina – secondo studi presentati da Sergei Grando, dell’Università della California, non solo ha un’attività promotrice dei tumori, ma induce chemioresistenza, quindi rende meno efficace la terapia.

Il marketing. Ma quello che non va giù agli oncologi è il marketing aggressivo di questi prodotti che in molti paesi vengono proposti come alternativa sicura alla sigaretta, con immagini pubblicitarie di famiglie riunite con bambini e i genitori che fumano. O di anziane signore che alzano il dito medio al divieto di fumo. O di ragazzi invitati a riprendersi la loro libertà (di fumare, ovviamente). Per non parlare di quel 34 per cento di studi che giurano sulla non dannosità della sigaretta elettronica e hanno dietro conflitti di interessi grandi come montagne. “È importante che le università non prendano soldi dalle industrie – continua la rappresentante Oms – e che non ci sia promozione dei prodotti né delle ricerche finanziate dalle industrie. Per non diffondere informazioni controverse”. Anche perché – sottolinea Charlotta Pisinger, dell’ospedale danese Glostrup – non ci sono studi sugli effetti a lungo termine. Ed è quindi insensato vietarla dove ci sono i bambini, come si fa in Danimarca, ma non negli ospedali”.

La Liaf. Ma non tutti sono d’accordo. E anzi la Liaf, la Lega italiana antifumo attacca l’Oms, accusando l’organismo internazionale di assumere una posizione ideologica e di favorire lo status quo del tabagismo.

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Così il fumo fa impazzire le cellule e causa i tumori

Fumare un pacchetto al giorno per un anno provoca 150 mutazioni genetiche in ogni cellula del polmone. E questi “rimescolamenti” della sequenza del Dna sono proprio la causa della malattia. Il meccanismo è descritto in uno studio su Science

IL FUMO causa il cancro. Ma come? Per la prima volta uno studio su Science ha cercato di afferrare l’effetto del tabacco sulle cellule. “Fumare un pacchetto al giorno per un anno – spiega Ludmil Alexandrov del Los Alamos National Laboratory americano, coordinatore della ricerca – provoca in ogni singola cellula dei polmoni circa 150 mutazioni genetiche. E le alterazioni del Dna, come è noto, sono spesso l’anticamera dell’”impazzimento” delle cellule.
Le sostanze. Nel tabacco sono state identificate almeno 70 sostanze cosiddette “mutagene”. La loro azione, cioè, è quella di “rimescolare” le lettere con cui è scritta una sequenza di Dna. Alcune di queste mutazioni sono ricorrenti, e i ricercatori americane le hanno ricercate con pazienza certosina (e computer potentissimi) nei campioni di tumore di oltre 5mila pazienti. Alcuni di loro fumavano, altri no. Mettendo a confronto i “rimescolamenti” più ricorrenti nei primi con quelli più ricorrenti nei secondi hanno cercato di ricostruire la catena di eventi che trasforma una cellula sana in una malata negli organi di chi è dipendente dal tabacco. Questo genere di studi, nato una ventina d’anni fa, si chiama “archeologia del cancro” ed è uno dei più complessi dell’oncologia. Conosciamo infatti molto dei tumori che riusciamo a vedere. Ma poco o nulla delle cellule “primigenie” che innescano la malattia.
I tumori. Il fumo, causa di quasi un tumore su quattro, è in questo senso un alleato prezioso. I suoi effetti, hanno ricostruito i ricercatori guidati da Alexandrov, si fanno sentire su almeno 17 tipi di tumori diversi. Attraverso un primo meccanismo, il tabacco danneggia i tessuti che raggiunge direttamente (polmoni e cavo orale). Un secondo meccanismo, più subdolo e difficile da capire, agisce invece sugli organi lontani, dalla vescica al fegato.
La bocca. L’effetto del fumo su bocca, gola e polmoni è diretto. Gli scienziati americani lo descrivono come “una roulette russa”. Le sostanze mutagene del fumo infatti alterano il Dna delle cellule con cui vengono a contatto seguendo un pattern tipico. Solo una piccolissima percentuale di queste mutazioni si trasformerà in tumore. Ma più sigarette si fumano, più le cellule alterate sono numerose (e quindi le probabilità di ammalarsi alte).
Un pacchetto. Se un pacchetto di sigarette al giorno per un anno provoca 150 mutazioni in ciascuna cellula dei polmoni, per la laringe questo valore è di 97, per la faringe 39 e per la bocca 23. Il tipo di mutazione osservato in questi tessuti è analogo a quello che è stato osservato nelle cellule in vitro mettendole a contatto con il benzopirene, una delle sostanze chimiche presenti nel fumo di sigaretta.
L’orologio interno. Nei tessuti lontani, si è visto, il cancro nasce spesso per un secondo tipo di effetto. Ogni cellula infatti è dotata di una sorta di orologio interno, che la fa invecchiare man mano che il tempo passa. Nei fumatori, per un fenomeno ancora tutto da decodificare con chiarezza, l’orologio inizia a ticchettare con più rapidità. I tipi di “rimescolamento” delle lettere del Dna sono diverse rispetto a quelle osservati in bocca, gola e polmoni. E i ricercatori le hanno rintracciate solo grazie a un software in grado di separare le varie mutazioni del Dna come se si trattasse di separare le diverse conversazioni di una stanza affollata. La stessa tecnica verrà ora usata per comprendere gli effetti di altri fattori di rischio come alcol, obesità e inquinamento, sulla nascita dei tumori.

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Cosa dice il Ministero della Salute e l’OMS

La frase tratta dalla "Relazione sul tabagismo" del Ministero della Salute, che introduce le statistiche sul tabagismo, recita: “Il tabacco provoca più decessi di alcol, aids, droghe, incidenti stradali, omicidi e suicidi messi insieme.” L'epidemia del tabacco è una delle più grandi sfide della sanità pubblica della storia. L'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha definito il fumo di tabacco come "la più grande minaccia per la salute nella Regione Europea". Leggi il nostro metodo per smettere

Perché fumare?

Vogliamo ancora far guadagnare governi e multinazionali alle spalle delle nostre tasche e salute? Non pensateci ancora su, smettete finalmente di fumare! immagine-da-webVi chiediamo solo di decidere, per il resto vi aiutiamo noi. Quello che un fumatore spende per smettere di fumare lo recupera in circa uno/due mesi senza fumo. Avete poi pensato al guadagno in salute? Consulta il metodologocia

Il Centro Italiano Antifumo combatte il problema della dipendenza dal fumo utilizzando un metodo molto efficace, perfezionato e consolidato in tanti anni d’attività, che prevede un checkup iniziale di 10 minuti e un trattamento fisico di elettrostimolazione auricolare per la durata complessiva di circa 50 minuti. Inoltre, è molto importante non tralasciare l’aspetto “mentale”: per alcuni giorni successivi al trattamento fisico, alcuni esercizi eseguiti tramite file audio MP3 per il rafforzamento motivazionale completano l’intero trattamento, garantendo la riuscita nello smettere di fumare. Consulta il metodo

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Italia prima in Europa per fumatori adolescenti

L’indagine su studenti fra 15 e 16 anni del Centro europeo per il monitoraggio della dipendenza dalle droghe. Il 21% ha consumato bionde nell’ultimo mese.

L’ITALIA è il Paese europeo dove più adolescenti fumano. Emerge da una ricerca condotta nelle scuole di 35 Paesi, tra studenti di 15-16 anni nel 2015, (di questi 24 Stati Ue). Se meno di un quarto della media del campio

Italia prima in Europa per fumatori adolescenti

ne generale (21%) può essere considerato fumatore – si legge – “l’Italia spicca per la percentuale di fumatori (37%)”. L’indagine riguarda il consumo di sigarette, alcol, droghe, e altro, ed è stata diffusa dal Centro europeo per il monitoraggio della dipendenza dalle droghe (Espad).
Segono Bulgaria e Croazia. L’Italia è seguita da Bulgaria e Croazia (33%), mentre Islanda (6%) e Norvegia (10%) hanno le percentuali più basse. L’Italia è in controtendenza anche per l’età in cui si accende la prima sigaretta. Se nei 35 Paesi la percentuale di coloro che lo fanno prima dei 13 anni è ampiamente scesa, “Cipro, Francia, Italia e Romania rappresentano un’eccezione”, evidenzia lo studio.
  Il 21% degli studenti ha fumato. In Italia il 21% degli studenti ha fumato sigarette nell’ultimo mese prima dell’intervista, quasi il doppio della media dei 35 Paesi (12%). Lo stesso è avvenuto in Bulgaria (25%) e Croazia (23%).
Cannabis. E sebbene la Repubblica Ceca risulti il Paese con più adolescenti che consumano cannabis (37%) anche in Italia il fenomeno è diffuso – rivelano le tabelle – ben al di sopra della media. Guardando ad esempio a quanti hanno consumato cannabis ‘negli ultimi trenta giorni’, vediamo che la media nei 35 Paesi è del 7%, mentre in Francia è del 17%, in Italia del 15% e nella Repubblica Ceca del 13%.
I dati. Inoltre, se la media degli adolescenti negli ultimi 12 mesi ha consumato cannabis 8,9 volte, quelli islandesi lo hanno fatto 14, francesi e islandesi 13, gli italiani 12. Quanto alle nuove droghe psicoattive (Nps), il loro consumo è più diffuso di quello di amfetamine, ecstasy, cocaina o Lsd. Il campione generale presenta una media del 3% tra quelli che le hanno usate negli ultimi 12 mesi. In Polonia ed in Estonia però la percentuale raddoppia (8%), seguono Bulgaria e Croazia (6%) e Irlanda e Italia (5%). Metodo per smettere

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