Fumo, l’epidemia non si ferma. Provoca una morte su 10 nel Mondo

I dati di uno studio pubblicato su Lancet. Metà di questi decessi si concentrano negli Stati Uniti, in Cina e in Russia

SIGARETTA dopo sigaretta milioni di vite si consumano lentamente. Una persona su 10 nel Mondo muore per danni provocati dal fumo. L’epidemia non si ferma. Metà di questi decessi si concentrano negli Stati Uniti, in Cina e in Russia. Anche se da anni sono state portate avanti campagne per combattere il tabagismo, c’è ancora molto da fare. I nuovi dati emergono da una ricerca finanziata da Kelly Henning del Bloomberg Philanthropies e dalla Bill e Melinda Gates Foundation e appena pubblicata su Lancet.

Secondo i ricercatori le vittime potrebbero aumentare nel tempo, perché oggi le multinazionali del tabacco stanno puntando molto a nuovi mercati, soprattutto quello dei paesi in via di sviluppo. Perché in queste aree del Mondo i fumatori sono di più e c’è meno consapevolezza dei rischi per la salute. “Nonostante mezzo secolo di evidenze scientifiche su quanto faccia male alla salute delle persone fumare, un umo su 4 nel Mondo fuma ogni giorno –  spiega Emmanuela Gakidou, fra gli autori principali dello studio – . Il fumo rimane il secondo più importante fattore di rischio per le morti premature e la disabilità, per questo dobbiamo intensificare gli sforzi per ridurre questo fenomeno”.

Secondo il Global Burden of Diseases report, che ha preso in esame le abitudini degli abitanti di 195 paesi tra il 1990 e il 2015, un miliardo di persone fuma quotidianamente. Si tratta del 25% degli uomini e di una donna ogni 20. Ma l’epidemia potrebbe essere ancora più pesante. “Non abbiamo preso in esame i fumatori occasionali, chi ha smesso e chi usa prodotti alternativi come, ad esempio, le gomme con la nicotina, altrimenti i dati sarebbero ancora più alti”, spiega ancora Gakidou.

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Negli ultimi 15 anni molto è stato fatto nella lotta al tabagismo. Tra il 1990 e il 2015 la prevalenza di fumatori è scesa dal 35% al 25% fra gli uomini e dall’8% al 5% fra le donne. Paesi dell’America Latina ad alto reddito, come il Brasile, hanno fatto passi importanti nella lotta al tabagismo. In Italia nel 2013 sono aumentati i tentativi per smettere di fumareche sono passati dal 30,2% rispetto al 23% dell’anno precedente, ma l’80% di chi ha tentato non vi è riuscito (dati Istituto superiore di Sanità). Nel 2014 le vendite di prodotti del tabacco sono calate (del 5,4% rispetto al 2011).

Ma molti Stati hanno registrato progressi minimi in questa direzione. Sono necessarie altre azioni come, ad esempio, allargare gli interventi al fumo passivo, aumentando le restrizioni nei luoghi pubblici. Altro importante obiettivo sono i giovani, che in alcuni paesi hanno cominciato a fumare sempre di più. Per l’Oms serve di più come, ad esempio, campagne di informazione nelle scuole per diffondere una maggiore consapevolezza.

“C’è un sentire comune che ci vede vincitori nella guerra contro il tabacco – concludono gli autori della ricerca – , ma siamo convinti che servano nuovi sforzi perché nel 2015 il numero di fumatori è stato alto. Servono nuove strategie e anche uno sforzo importante da parte della politica”.
Una direzione che sta prendendo il piccolo

Stato del Nicaragua, guidato da un presidente oncologo, che è riuscito a sconfiggere il gigante Philiph Morris, che l’aveva chiamato in causa per politiche antitabacco troppo aggressive.

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